Hiroshima e Nagasaki
Il tempo ha ridotto il numero dei testimoni, non la portata di ciò che accadde. Nell’agosto del 2026 il Giappone ricorda l’ottantunesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki mentre i sopravvissuti ufficialmente riconosciuti sono ormai poco più di novantunomila e la loro età media supera gli ottantasei anni. La memoria diretta si sta assottigliando proprio quando il linguaggio della deterrenza nucleare torna a occupare il dibattito internazionale.
Hiroshima e Nagasaki non furono soltanto due episodi conclusivi della seconda guerra mondiale. Segnarono l’ingresso dell’umanità nell’era nucleare e mostrarono, per la prima volta in guerra, che una singola arma poteva distruggere il centro di una città, annientarne le strutture essenziali e continuare a produrre conseguenze sanitarie molto tempo dopo la scomparsa del lampo e dell’onda d’urto.
Le due bombe, tuttavia, non erano copie dello stesso ordigno. Little Boy, sganciata su Hiroshima, utilizzava uranio e un sistema relativamente semplice detto a cannone. Fat Man, impiegata tre giorni dopo su Nagasaki, conteneva plutonio e funzionava mediante implosione. Il principio fisico era comune, ma la strada tecnica per raggiungere l’esplosione era profondamente diversa.
La fissione e la reazione a catena
Al centro di entrambe le armi vi era la fissione nucleare. Quando il nucleo di un materiale fissile assorbe un neutrone, può spezzarsi in nuclei più leggeri, liberando energia e altri neutroni. Se questi neutroni provocano nuove fissioni, la reazione si moltiplica. In un reattore il processo viene regolato. In una bomba, invece, la configurazione è progettata affinché la reazione cresca in modo incontrollato in una frazione infinitesimale di secondo.
La condizione decisiva è il passaggio da una massa subcritica a una configurazione supercritica. Prima dell’innesco, il materiale fissile deve rimanere disposto in modo che la reazione non possa svilupparsi. Nel momento stabilito, le parti vengono riunite oppure il nucleo viene compresso. A quel punto il numero delle fissioni aumenta con rapidità vertiginosa. La materia direttamente trasformata in energia fu minima rispetto alla massa complessiva degli ordigni. Eppure la relazione fra massa ed energia è tale che anche una quantità piccolissima produsse una potenza equivalente a migliaia di tonnellate di esplosivo convenzionale. L’energia si manifestò soprattutto sotto forma di onda d’urto e calore, accompagnati da radiazioni ionizzanti immediate e da fenomeni radioattivi residui.
Little Boy, la bomba all’uranio
Little Boy impiegava uranio arricchito e adottava una configurazione a cannone. Una carica convenzionale spingeva rapidamente una porzione subcritica di uranio contro un’altra. La loro unione produceva una configurazione supercritica e avviava la reazione a catena.
Era un progetto meno sofisticato rispetto all’implosione, ma anche poco efficiente nell’utilizzo del materiale fissile. Una parte molto limitata dell’uranio partecipò effettivamente alla fissione prima che l’esplosione disperdesse il resto. La relativa semplicità del sistema indusse i responsabili del Progetto Manhattan a considerarlo sufficientemente affidabile da non richiedere una prova nucleare completa. L’uranio arricchito disponibile era inoltre troppo prezioso e difficile da produrre per essere consumato in un test.
Alle 8.15 del 6 agosto 1945, il bombardiere statunitense Enola Gay sganciò Little Boy su Hiroshima. L’ordigno esplose in aria a circa seicento metri di altezza, liberando un’energia stimata intorno ai quindici chilotoni di tritolo. La detonazione aerea non fu casuale. Era stata scelta per ampliare la superficie colpita dall’onda d’urto e massimizzare la distruzione urbana.
Hiroshima in pochi secondi
Il primo segnale fu un lampo di intensità accecante. Subito dopo si formò una sfera di fuoco e l’aria circostante si espanse con una pressione devastante. Nei pressi dell’ipocentro le temperature superficiali raggiunsero valori compresi fra tremila e quattromila gradi. Le persone esposte direttamente subirono ustioni gravissime, mentre l’onda d’urto demolì edifici, scagliò vetri e detriti e trasformò numerose abitazioni in trappole.
La distruzione non dipese da un unico fenomeno. Il calore incendiò materiali e strutture. Il crollo degli edifici bloccò strade e vie di fuga. I focolai si unirono in incendi sempre più estesi. Le radiazioni gamma e i neutroni penetrarono nei corpi anche quando non erano immediatamente visibili ferite esterne. L’organizzazione dei soccorsi venne travolta insieme alla città. Medici, infermieri, vigili del fuoco, dipendenti pubblici e militari erano fra le vittime. Ospedali e ambulatori furono distrutti o resi inutilizzabili. Migliaia di persone ferite si diressero verso i fiumi, alla ricerca di acqua e di un sollievo impossibile dalle ustioni. Chi arrivò dall’esterno per prestare aiuto non conosceva ancora la natura del rischio radiologico.
Hiroshima aveva installazioni militari e funzioni logistiche, ma era anche una città popolata da famiglie, scolari, anziani e lavoratori. Fra le vittime vi furono inoltre studenti mobilitati per creare fasce tagliafuoco, persone provenienti dalle colonie dell’impero giapponese, lavoratori coreani e cinesi, cittadini stranieri e prigionieri di guerra.
Fat Man e la compressione del plutonio
La bomba di Nagasaki seguiva un principio tecnico differente. Il plutonio prodotto nei reattori non era adatto a un sistema a cannone come quello di Little Boy, perché avrebbe potuto avviare troppo presto la reazione, provocando una detonazione incompleta. Fu quindi necessario ricorrere all’implosione.
In Fat Man il plutonio era collocato al centro di un sistema di esplosivi convenzionali. La loro detonazione coordinata generava una pressione diretta verso l’interno. Il nucleo veniva compresso, la sua densità aumentava e il materiale passava rapidamente alla condizione supercritica. La difficoltà non stava soltanto nella potenza degli esplosivi, ma nella precisione con cui la compressione doveva avvenire. Una pressione irregolare avrebbe deformato il nucleo senza produrre la reazione prevista. Il principio dell’implosione era stato verificato il 16 luglio 1945 con il test Trinity nel deserto del Nuovo Messico.
Fat Man era più complessa e più efficiente di Little Boy. La sua potenza viene generalmente stimata intorno ai ventuno chilotoni, superiore a quella della bomba di Hiroshima.
Nagasaki, il bersaglio secondario
Nagasaki non era il primo obiettivo della missione del 9 agosto. Il bombardiere Bockscar si diresse inizialmente verso Kokura, ma il fumo e la copertura atmosferica impedirono una visuale sufficiente. Con il carburante in diminuzione, l’equipaggio proseguì verso il bersaglio secondario.
Anche Nagasaki era parzialmente coperta dalle nubi. Una momentanea apertura consentì di individuare la zona industriale. Alle 11.02 Fat Man esplose a circa cinquecento metri di altezza sopra la valle di Urakami, in un punto spostato rispetto all’obiettivo originariamente previsto.
La zona ospitava impianti industriali e stabilimenti bellici, ma anche quartieri residenziali, scuole, il collegio medico e una delle più importanti comunità cattoliche del Giappone. La cattedrale di Urakami, allora il maggiore edificio cristiano dell’Asia orientale, venne distrutta.
La conformazione geografica della città modificò la distribuzione degli effetti. Hiroshima sorgeva su un’area relativamente pianeggiante, mentre Nagasaki era attraversata da valli e circondata da rilievi. Le colline limitarono in parte la propagazione dell’onda d’urto verso alcune zone, ma concentrarono la distruzione nella valle colpita. Il fatto che la devastazione complessiva risultasse meno estesa rispetto a Hiroshima non significa che l’ordigno fosse meno potente o che le sofferenze fossero minori. La differenza fra le due città dimostra che la potenza nominale di un’arma non basta a prevederne gli effetti. Contano l’altezza della detonazione, la topografia, la densità abitativa, i materiali degli edifici, le condizioni meteorologiche e la posizione dell’ipocentro.
Il numero delle vittime
Stabilire un bilancio esatto è impossibile. I registri furono bruciati, intere famiglie scomparvero e molte persone morirono dopo essere state trasferite lontano dalle città. Non sempre i decessi provocati da ustioni, infezioni o radiazioni furono riconosciuti come conseguenza diretta del bombardamento.
Per Hiroshima viene stimata una popolazione di circa 350 mila persone al momento dell’esplosione. Entro la fine del 1945 i morti furono approssimativamente 140 mila. A Nagasaki, dove vivevano circa 240 mila persone, il numero dei morti entro dicembre viene valutato in quasi 74 mila, con un numero analogo di feriti.
Questi dati non coincidono con i registri commemorativi aggiornati ogni anno. Nei memoriali vengono iscritti anche i nomi dei sopravvissuti deceduti nei decenni successivi, senza che ciò significhi automaticamente che ogni morte sia stata causata dalle radiazioni. Le cifre del 1945 e quelle dei registri memoriali descrivono quindi realtà differenti.
La malattia atomica
Molti sopravvissuti apparivano inizialmente illesi. Dopo alcuni giorni cominciarono però a manifestare nausea, febbre, diarrea, perdita dei capelli, emorragie e una crescente incapacità di combattere le infezioni. Le radiazioni avevano danneggiato il midollo osseo e altri tessuti caratterizzati da una rapida divisione cellulare.
Questa condizione, oggi riconosciuta come sindrome acuta da radiazioni, era quasi sconosciuta ai medici presenti. Le ferite provocate dal calore e dai detriti si combinarono con il crollo delle difese immunitarie, la malnutrizione, la mancanza di medicinali e il collasso dei servizi sanitari. Alle radiazioni emesse nell’istante dell’esplosione si aggiunsero quelle residue. I neutroni resero temporaneamente radioattivi alcuni materiali vicini all’ipocentro, mentre prodotti della fissione e particelle trasportate dalla nube ricaddero in alcune aree. A Hiroshima, circa venti minuti dopo la detonazione, cominciò a cadere la cosiddetta pioggia nera, mescolata a fuliggine, polvere e materiale radioattivo.
Gli effetti che emersero negli anni
Le conseguenze non terminarono con la fase acuta. Dopo due o tre anni cominciò a essere osservato un aumento delle leucemie, particolarmente evidente fra coloro che erano stati esposti da bambini. Il fenomeno raggiunse il suo massimo diversi anni dopo il bombardamento. Per i tumori solidi il periodo di latenza fu più lungo e gli incrementi divennero riconoscibili a partire da circa dieci anni dopo l’esposizione.
Gli studi hanno rilevato rischi maggiori per numerose forme tumorali, fra cui quelle della tiroide, della mammella, del polmone, dello stomaco, del fegato, del colon e della vescica. Il rischio variava in funzione della dose ricevuta, della distanza dall’ipocentro, dell’età e del sesso. Chi era molto giovane al momento dell’esposizione affrontò conseguenze potenziali per l’intera durata della vita. Fra gli altri effetti furono documentati cataratte, cicatrici cheloidee e problemi legati all’esposizione durante la gravidanza. Nei bambini irradiati mentre si trovavano ancora nel grembo materno vennero osservati, in relazione alle dosi più elevate e alle fasi più vulnerabili dello sviluppo, casi di microcefalia e compromissione cognitiva.
Diversa è la questione dei figli concepiti dopo il bombardamento. Le ricerche condotte finora non hanno rilevato un aumento statisticamente significativo delle principali malformazioni congenite attribuibile all’esposizione dei genitori, né hanno dimostrato un incremento certo della mortalità o dei tumori nella generazione successiva. Il monitoraggio continua e questa constatazione scientifica non riduce in alcun modo la gravità degli effetti diretti subiti dai sopravvissuti.
Il peso della discriminazione
Gli hibakusha non dovettero affrontare soltanto le malattie. Per anni furono vittime di pregiudizi nel lavoro, nelle relazioni sociali e nei matrimoni. La paura che potessero trasmettere malattie o menomazioni ai figli, pur non sostenuta dalle evidenze disponibili, produsse isolamento e discriminazione.
Molti evitarono di raccontare la propria esperienza. Alcuni nascosero il luogo in cui si trovavano al momento dell’esplosione per non compromettere un’assunzione o un matrimonio. Al trauma della perdita si aggiunse così la necessità di giustificare la propria salute, il proprio corpo e perfino il diritto a costruire una famiglia. Anche il riconoscimento pubblico fu lento. Le misure sanitarie e assistenziali vennero ampliate gradualmente, spesso dopo mobilitazioni e ricorsi. Particolarmente lunga fu la battaglia delle persone esposte alla pioggia nera fuori dalle aree inizialmente ammesse agli aiuti, così come quella dei sopravvissuti coreani e di coloro che vivevano all’estero.
Perché oggi le città non sono radioattive
La ricostruzione di Hiroshima e Nagasaki ha alimentato una convinzione errata: se oggi le due città sono abitate, allora la radiazione non avrebbe avuto un ruolo decisivo. La conclusione è falsa.
Le bombe esplosero in aria. Questa modalità produsse un’enorme esposizione immediata, ma sollevò meno terreno contaminato rispetto a una detonazione al suolo. Gran parte dei materiali radioattivi venne dispersa nell’atmosfera e la radioattività indotta diminuì rapidamente. Oggi i livelli presenti nelle due città sono paragonabili alla normale radioattività naturale.
Ciò non cancella le dosi ricevute nel 1945. La radiazione iniziale fu una delle principali componenti distruttive e quella residua colpì determinate aree e persone. Significa soltanto che un’esplosione nucleare in quota produce una contaminazione diversa da quella derivante dalla dispersione prolungata del combustibile di un reattore. Il paragone diretto con incidenti come Černobyl o Fukushima confonde eventi fisicamente e radiologicamente differenti.
La resa del Giappone e il dibattito storico
Il 15 agosto 1945 l’imperatore Hirohito annunciò l’accettazione delle condizioni alleate. La resa formale fu firmata il 2 settembre. Per decenni la narrazione più diffusa ha presentato le due bombe come la causa determinante e quasi esclusiva della capitolazione.
La realtà fu più complessa. Il Giappone era stremato dal blocco navale, dalla perdita dei territori conquistati e dai bombardamenti incendiari che avevano devastato numerose città. Una parte della leadership cercava una via d’uscita, mentre i vertici militari continuavano a opporsi a una resa senza condizioni.
Nella notte fra l’8 e il 9 agosto anche l’Unione Sovietica entrò in guerra contro il Giappone, distruggendo la speranza di utilizzare Mosca come intermediaria e aprendo la prospettiva di un’invasione sovietica dei territori controllati dall’impero. Hiroshima, l’ingresso sovietico e Nagasaki si susseguirono quindi in un intervallo brevissimo, esercitando pressioni diverse ma convergenti.
Gli storici continuano a discutere il peso relativo di questi eventi, le alternative possibili e la necessità militare del secondo bombardamento. Ridurre la resa a una sola causa impedisce di comprendere il conflitto interno al governo giapponese e il ruolo decisivo dell’intervento imperiale. Ricordare le vittime delle bombe non significa cancellare l’aggressione condotta dall’impero giapponese in Asia, le occupazioni, le stragi e le responsabilità del militarismo. Allo stesso modo, quelle responsabilità non possono essere utilizzate per minimizzare la sofferenza indiscriminata inflitta alla popolazione di Hiroshima e Nagasaki.
Le conseguenze politiche sul Giappone
La sconfitta portò all’occupazione alleata, allo smantellamento delle forze armate imperiali, ai processi per crimini di guerra e a una profonda trasformazione istituzionale. La Costituzione entrata in vigore nel 1947 rinunciò alla guerra come diritto sovrano, mentre Hiroshima e Nagasaki divennero simboli internazionali del pacifismo e del disarmo.
Le due città furono ricostruite non come rovine permanenti, ma come comunità vive. Parchi, musei, cenotafi e monumenti conservarono i luoghi della distruzione all’interno di nuovi spazi urbani. La Cupola della bomba atomica di Hiroshima e le rovine di Urakami non rappresentano soltanto il passato, ma il tentativo di trasformare la memoria in responsabilità politica. Rimane però una contraddizione irrisolta. Il Giappone sostiene i tre principi non nucleari e si presenta come promotore del disarmo, ma fonda parte della propria sicurezza sull’ombrello nucleare degli Stati Uniti. Non ha aderito al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, scelta contestata dalle organizzazioni dei sopravvissuti.
A ottantuno anni dalle esplosioni, la questione non riguarda più soltanto il giudizio sul 1945. Riguarda il modo in cui le potenze contemporanee parlano delle armi nucleari, investono nei propri arsenali e presentano la deterrenza come garanzia permanente di stabilità.
Comprendere il funzionamento di Little Boy e Fat Man non rende l’evento più astratto. Al contrario, chiarisce quanto la catastrofe sia nata dall’incontro fra un principio scientifico, una decisione politica e due città abitate. La tecnica spiega il lampo, la pressione e la radiazione. Non può misurare il vuoto lasciato nelle famiglie, la paura durata per generazioni e il peso affidato agli ultimi testimoni.
Hiroshima e Nagasaki restano così due nomi geografici e, nello stesso tempo, un limite morale. Furono le prime città colpite da armi nucleari. Il significato della loro memoria dipende dalla capacità del mondo di fare in modo che rimangano anche le ultime.
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